NELLA PIETRA I SEGNI DELLA CIVILTA'

Il centro messapico di Rudiae, a due chilometri e mezzo da San Pietro in Lama e ad altrettanti da Lecce, è stata la patria, tra gli altri, del poeta Quinto Ennio e il segno più evidente di un'antica storia dalle cui ceneri ha avuto origine Lupiae, da cui i successivi passaggi etimologici di Licea, Litium, Lexte, Lecce.
Ora, trascorsi due millenni, Rudiae resta solo nella testimonianza dei suoi resti, nelle pietre che hanno superato lo scorrere dei secoli e negli scavi che l'hanno riportata infine alla luce. E nel Museo "Sigismondo Castromediano" si conservano oggi molti dei reperti di età messapica e romana, ma ovunque, partendo dall'antica Rudiae fino a giungere al Finibusterrae di Santa Maria di Leuca, domina la magia e l'incanto della pietra, quella dei menhir, dei dolmen, delle specchie, delle grotte carsiche, dei villaggi rupestri, quella dei campanili, dei rosoni, delle cattedrali, dei castelli, dei torrioni di avvistamento, degli archi, degli obelischi, quella delle antiche mura, delle case coloniche e dei palazzi cittadini.
E' il Salento, l'estremo lembo a sud della Puglia, terra in cui le pietre hanno conosciuto nel tempo stili e culture differenti, terra in cui il romanico pugliese si è amabilmente coniugato con il barocco salentino creando, in ogni centro, opere architettoniche straordinarie.
E' il Salento dei muretti a secco e delle pagliare, le tipiche costruzioni in pietra viva che un tempo ospitavano nei periodi di raccolta le famiglie contadine.
E' la terra che si protende tra l'Adriatico e lo Jonio, dove la pietra leccese, di colore grigio ocra, un calcare tenero ricavato da un sottosuolo ricco di resti fossili, ha permesso, in virtù della sua facile lavorabilità e dell'estro dei salentini, l'affermarsi dell'arte barocca.
In tempi remoti, gli agricoltori resero fertile ogni angolo di questa terra operando un dissodamento e uno spietramento del suolo e scavando in profondità la roccia sottostante. E se in superficie il Salento non è attraversato da corsi fluviali, nel sottosuolo vi è invece una ricca idrografia, fatta di sorgenti salmastre che scendono anche sotto il livello del mare, sorgenti ribattezzate peraltro con il nome di acque di Cristo, proprio in considerazione delle riconosciute proprietà terapeutiche.
Ritornando al dominio magico e sacro della pietra, nel passato non molto lontano, erano numerossissimi nel Salento i frantoi ipogei, scavati interamente nelle viscere della terra. Guidati dal nachiro, i trappitari si calavano giù, insieme con gli animali, e frantoiavano le olive per un lungo e continuo periodo - di sei mesi, sotterra - e risalendo solo a chiusura di campagna olearia.
Oltre al trappeto, vi era all'interno un orinatoio, un pozzetto per l'acqua, un reparto notte, un forno per la cucina, la stalla per gli asini - quest'ultimi impiegati per movimentare la gigantesca macina in pietra.
Gli antichi trappeti salentini, ricavati nel banco tufaceo, raggiungono all'interno un'altezza minima di due-quattro metri e l'accesso, quasi sempre rivolto a sud, è reso possibile da una scala, il più delle volte a rampa rettilinea, ricavata pur'essa nella roccia e coperta con una volta a botte.
Le ragioni che spinsero a realizzare dei frantoi sotterranei furono comunque diverse, la prima e fondamentale fu quella di favorire la fuoriuscita dell'olio in un ambiente ben riscaldato, senza il deleterio ricorso all'acqua calda, come invece avveniva altrove. La temperatura all'interno dei trappiti ipogei era infatti di almeno 18-20 gradi centigradi, favorita com'era dalle grandi lucerne tenute accese notte e giorno, oltre che dal calore prodotto dalla fatica fisica di uomini e animali che vi lavoravano e dai focolai utilizzati per cucinare.
Un altro motivo, di ordine puramente economico, riguardava il risparmio di manodopera, perché per scavare la roccia non era richiesto alcun intervento di personale specializzato e neppure spese di acquisto e trasporto di materiale da costruzione. Inoltre, le spesse pareti permettevano di sostenere meglio le forti sollecitazioni provocate dall'azione delle macine, delle presse e degli argani.
Non solo, vi era pure il vantaggio di un più rapido e diretto svuotamento dei sacchi delle olive attraverso delle cellette, le sciaje, che contribuivano a far risparmiare tempo e manodopera.
Infine, lo smaltimento dei reflui veniva facilitato dalla presenza, all'interno, di molte fenditure naturali, i cosiddetti capujenti, presenti in gran numero nei terreni di natura carsica.

Come arrivare a Lecce e San Pietro in Lama.
Autostrada A4, casello Bari Nord, poi superstrada Brindisi-Lecce
Aeroporto di Brindisi, Km 40 da Lecce
Stazione ferroviaria di Lecce.

 
 
 
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